Zoografie è un testo di
Matthew Calarco da poco edito da Mimesis, in cui l'autore prende in esame
alcuni autori moderni e contemporanei della tradizione filosofica occidentale e
valuta, approfondisce, critica le loro riflessioni sulla
questione dell'animale.
Gli autori presi in esame sono Heidegger, Lévinas, Agamben e Derrida.
Zoografie non delude: per ogni autore
Calarco è in grado di presentare in maniera interessante, e analizzare da varie
prospettive, ciascuna posizione.
Non prenderò in esame tutti gli autori, mi concentro, visto
che abbiamo già avuto modo di parlarne, sulla lettura di Calarco di alcuni
passaggi de
L'animale che dunque sono
di Derrida.
Chi ha letto il libro ricorderà come Derrida si rapporti in
maniera problematica alla sua piccola gatta, in particolare al suo sguardo che
lo coglie nudo, dando il via ad alcune riflessioni sulla nudità e sullo sguardo
dell'animot. Devo dire che non avevo ben colto le implicazioni di
questa scena fino a quando, leggendo Zoografie,
non ho capito che poteva essere letta in modo assai proficuo considerandola un
incontro con l'altro in termini levinassiani.
Derrida in primo luogo, come ricorda Calarco, precisa che
non sta parlando in generale dello sguardo che i gatti rivolgono agli umani,
sta parlando dello sguardo che quel gatto specifico rivolge a lui. Questo gatto
non è un'"allegoria di tutti i gatti della terra, i felini che popolano le
mitologie e le religioni, la letteratura e le favole".
Questa precisazione è importante perché qui stiamo parlando
di un incontro, e un incontro nella realtà non si dà con una categoria astratta
di esseri (di certo è dificile incrociare lo sguardo
con una categoria astratta...). Quindi
trattasi di incontro fra due specifici individui: quell'essere umano - Derrida
- e quella gatta.
La posizione di
Lévinas nei confronti degli animali,
forse ricorderete, viene criticata senza indugi da Derrida. Il filosofo si
chiede se anche gli altri animali hanno un volto per Lévinas, se anche nel loro
sguardo possiamo ravvisare quell'imperativo morale, il non uccidermi. La
risposta, in breve, è
no, anche se
Lévinas, quando interrogato direttamente sulla questione, ammise di trovarla
problematica.
Ora, Derrida ci racconta di un incontro con un volto, quello della sua gatta.
Ci sono tre specifici
argomenti analizzati da Calarco, e collegati fra loro, che vorrei ricordare:
1) Derrida incontra
la sua gatta, e le attribuisce un volto
Il fulcro, qui, è il riconoscimento dell'individualità
dell'Altro che ci sta davanti. Il filosofo che sta guardando il gatto riconosce di essere a sua volta guardato dal gatto.
Ciò innesca una catena di riflessioni e domande in Derrida, che riguardano
tanto "chi è il gatto" quanto "chi è lui" (ricordiamo
ancora come da sempre, storicamente, la definizione del sé umano si fonda su
contrapposizioni/distinzioni rispetto all'animale).
Tuttavia, queste riflessioni sull'individualità dell'animot,
Derrida lo sa, vengono dopo. Infatti...
2) Il suo essere
colpito dallo sguardo del gatto avviene prima di ogni concettualizzazione.
In un passaggio notevole Calarco sottolinea come Derrida non
solo metta in luce quanto di problematico ci sia nel sentirsi nudo sotto lo
sguardo della sua gatta, ma anche come questo sentirsi nudo non
nasca a seguito di concettualizzazioni. Nasce prima.
Derrida è colpito dallo sguardo del gatto prima ancora che abbia luogo la benché minima concettualizzazione (gatto, piccolo, femmina).

Il riconoscimento di avere davanti un altro individuo
provvisto di un sé scatena un coacervo di riflessioni, ma questo riconoscimento
non nasce da queste ultime
. Le genera, perché avviene prima.
Provate a figurarvi questo discorso. Vi sembra verosimile
che voi, prima di operare un qualsiasi ragionamento, davanti un altro animale come un
cane o un gatto vi sentiate ri-guardati? Che prima ancora di riflettere sulla
cosa abbiate già attribuito all'animale che vi sta di fronte
un sé, una sua individualità?
A me sì, sembra verosimile.
Certo questo punto non è da poco, anche perché
3) L'incontro con
l'Altro percepito come individualità provvista di volto non avviene in una
situazione in cui l'altro animale è vulnerabile. Un'interruzione del proprio
egocentrismo, un richiamo alla considerazione anche morale dell'altro sembra
quindi possibile al di là del "Possono soffrire".
Calarco effettua alcune riflessioni in merito al "can
they suffer?" di Bentham e Singer, e tra gli altri spunti che fornisce a
sostegno di un oltrepassamento, da parte di Derrida, dell'assunto del
"possono soffrire?" riporta proprio la storia della gatta.
Derrida in effetti non si può dire che si allinei tranquillamente alla linea
del primo antispecismo singeriano, che basava i propri sforzi etici sulla
considerazione della possibilità di soffrire degli altri animali, con le
relative conseguenze.
Calarco mette in luce in Derrida quegli elementi che
tratteggiano la volontà, da parte del filosofo, di minare alla base tutto
l'antropocentrismo (violento) che caratterizza il nostro pensiero nei confronti
dell'Altro.
Quello che vogliamo sottolineare qui, tenendo sempre a riferimento la piccola gatta di Derrida, è come, anche in stretta aderenza al nostro vissuto, sia effettivamente difficile negare che l'interruzione del nostro egocentrismo non avvenga di continuo in presenza di altri animali, al di là del fatto che questi stiano soffrendo o meno.
Vivere, per esempio, con dei cani, non vuol dire semplicemente sfamarli affinché non patiscano i morsi della fame o portarli in giro perché non soffrano eccessivamente gli spazi chiusi.
Significa esperire di fatto la compresenza con qualcun altro, non solo "interruzioni" del nostro sé predominante per compassione o pietà, ma vera e propria dialettica di convivenza, reciprocità.
Quindi, seguendo i suggerimenti di Calarco possiamo vedere come
l'incontro con la gatta sia l'incontro con un volto, come la possibilità che
ciò avvenga risieda nel trovarsi e riconoscere un'individualità nell'Altro e
come ciò accada prima di qualunque movimento concettualizzante.
Infine, come questo incontro rappresenti per Derrida
un'interruzione del proprio egocentrismo, aprendo la strada alla possibile
considerazione morale dell'altro, e come questa interruzione non si dia
solo davanti a un individuo vulnerabile o che soffre.
Quest'ultimo punto, in particolare, non può che apparire come una
base
per un antispecismo differente, rifondato su basi più rigorose e radicali. Ciò si ricollega al discorso sull'
antispecismo di seconda
generazione (per usare i termini di Filippi e Trasatti, proposti
nell'introduzione a un altro libro della Mimesis,
Nell'albergo di Adamo), di cui Calarco può essere considerato un esponente assai interessante.
Queste poche considerazioni sull'analisi che Calarco fa de
L'animale che dunque sono, riportate per dare un'idea degli spunti offerti dal libro, mi sembrano indicative delle possibili aperture che gli antispecisti di seconda generazione sono in grado di produrre nel tentativo di
ridefinire le basi del nostro pensiero dell'Altro, e più in generale, del fermento che in ambito filosofico continua a darsi attorno alla questione dell'animale.
Un fermento che cercheremo di approfondire parlando anche di
Nell'albergo di Adamo e che, personalmente, mi auguro possa animare in un futuro prossimo anche un maggiore numero di altri intellettuali,
scrittori e artisti in primis, che forse non hanno ancora recepito il gran chiasso che filosofi italiani e stranieri hanno prodotto in passato e stanno continuando validamente a produrre oggi.