mercoledì 23 maggio 2012

Giveaway: Zoografie di Calarco

Partiamo con un nuovo giveaway: in palio Zoografie. La questione dell'animale da Heidegger a Derrida di Matthew Calarco, di recente edito da Mimesis Edizioni, cui abbiamo dato una sbirciata nell'ultimo post (Derrida e la sua gatta).


Matthew Calarco, attraverso la rilettura dell’animalità dal punto di vista di alcuni tra i maggiori pensatori continentali contemporanei, Heidegger, Lévinas, Agamben e Derrida, mette a nudo il fondamento antropocentrico della tradizione filosofica occidentale per rendere possibile una riflessione che si confronti con le molteplici differenze dei mondi animali senza ridurli a oggetti di pensiero o a soggetti del dominio. Se il crescente interesse per gli animali troppo spesso si traduce in facile spettacolarizzazione o in abuso pubblicitario, Calarco indica invece la necessità di cogliere la centralità della questione dell’animale per comprendere il nostro essere uomini e donne in questa società, per definire cosa sia l’umano, quali siano i nostri fini e come si deve declinare la fine del nostro dominio sul vivente.

Matthew Calarco insegna filosofia continentale e filosofia ambientale presso la California State University (Fullerton). Oltre a Zoografie, ha curato, in collaborazione con Peter Atterton e Maurice Friedman, Lévinas and Buber: Dialogue and Difference (Pittsburgh 2004) e Radicalizing Lévinas (Albany 2010).


INDICE DEL LIBRO

INTRODUZIONE: LA QUESTIONE DELL'ANIMALE
Filosofia e Animal Studies
La questione dell'animale
La politica dell'antropocentrismo
Umanismo, soggettività e antropocentrismo
Riassunto dei capitoli successivi

I. ANTROPOCENTRISMO METAFISICO (HEIDEGGER)
Introduzione
Divenire-animale
Dall'umanismo metafisico all'antropocentrismo metafisico

II. DI FRONTE AL VOLTO ANIMALE (LEVINAS)
Introduzione
L'antropocentrismo ambiguo di Lévinas
Sulla considerazione universale o sull'etica senza un contenuto a priori

III. ARRESTARE LA MACCHINA ANTROPOLOGICA (AGAMBEN)
Introduzione
Sui margini del linguaggio e della morte
La rottura dell'antropocentrismo
L'umanismo e la macchina antropologica

IV. LA PASSIONE DELL'ANIMALE (DERRIDA)
Introduzione
Violenza contro gli animali
Innegabile sofferenza
Dopo tutto questo tempo...
Soggetti animali
Prender congedo

RINGRAZIAMENTI

POSTFAZIONE: DALL'INDUBITABILE ALL'INNEGABILE
di Massimo Filippi e Filippo Trasatti


COME PARTECIPARE: 

Le regole cambiano leggermente per questo giveaway. Per avere la possibilità di essere estratti e vincere il libro in palio è necessario, come al solito, lasciare un commento a questo post. Inoltre, come ringraziamento per la casa editrice Mimesis aggiungo un piccolo paletto: è necessario piacere la pagina Facebook di Mimesis Edizioni. Oppure, se non avete Facebook o per altri motivi lo preferite, potete iscrivervi alla newsletter della casa editrice. In entrambi i casi bastano pochi secondi!
Quindi nel commento che lasciate specificate con quale nome utente facebook avete piaciuto la pagina (o con quale nome vi siete iscritti alla newsletter).

Vi ricordo inoltre che se ritenete il blog interessante potete cliccare mi piace sul box Facebook a destra, e diventare "Lettori fissi" unendovi al sito.
Infine, mi farebbe particolarmente piacere se voleste spargere la voce in giro condividendo su Facebook o parlandone in qualunque altro modo! Volendo basta cliccare il bottone "mi piace" o "condividi" in fondo al post.

Il sorteggio avverrà tramite il sito Random.org e il vincitore si vedrà recapitare il libro a casa entro pochi giorni. Il giveaway scade venerdì 1 giugno alle ore 18.

Le iscrizioni sono aperte!


EDIT: Estratto il vincitore.

Il numero estratto è il 3 e quindi la vincitrice del giveaway è Eleonora.

Eleonora, ti scriverò a breve per metterci d'accordo per la spedizione.
Anche questa volta grazie a tutti per aver partecipato e condiviso l'iniziativa. Visti gli apprezzamenti nei confronti delle Edizioni Mimesis sono certo che anche il prossimo giveaway vi interesserà, quindi restate in zona!

lunedì 14 maggio 2012

Zoografie di Calarco: Derrida e la sua gatta

 
Zoografie è un testo di Matthew Calarco da poco edito da Mimesis, in cui l'autore prende in esame alcuni autori moderni e contemporanei della tradizione filosofica occidentale e valuta, approfondisce, critica le loro riflessioni sulla questione dell'animale.
Gli autori presi in esame sono Heidegger, Lévinas, Agamben e Derrida.
Zoografie non delude: per ogni autore Calarco è in grado di presentare in maniera interessante, e analizzare da varie prospettive, ciascuna posizione.

Non prenderò in esame tutti gli autori, mi concentro, visto che abbiamo già avuto modo di parlarne, sulla lettura di Calarco di alcuni passaggi de L'animale che dunque sono di Derrida.
Chi ha letto il libro ricorderà come Derrida si rapporti in maniera problematica alla sua piccola gatta, in particolare al suo sguardo che lo coglie nudo, dando il via ad alcune riflessioni sulla nudità e sullo sguardo dell'animot. Devo dire che non avevo ben colto le implicazioni di questa scena fino a quando, leggendo Zoografie, non ho capito che poteva essere letta in modo assai proficuo considerandola un incontro con l'altro in termini levinassiani.
Derrida in primo luogo, come ricorda Calarco, precisa che non sta parlando in generale dello sguardo che i gatti rivolgono agli umani, sta parlando dello sguardo che quel gatto specifico rivolge a lui. Questo gatto non è un'"allegoria di tutti i gatti della terra, i felini che popolano le mitologie e le religioni, la letteratura e le favole".
Questa precisazione è importante perché qui stiamo parlando di un incontro, e un incontro nella realtà non si dà con una categoria astratta di esseri (di certo è dificile incrociare lo sguardo con una categoria astratta...). Quindi trattasi di incontro fra due specifici individui: quell'essere umano - Derrida - e quella gatta. 

La posizione di Lévinas nei confronti degli animali, forse ricorderete, viene criticata senza indugi da Derrida. Il filosofo si chiede se anche gli altri animali hanno un volto per Lévinas, se anche nel loro sguardo possiamo ravvisare quell'imperativo morale, il non uccidermi. La risposta, in breve, è no, anche se Lévinas, quando interrogato direttamente sulla questione, ammise di trovarla problematica.
Ora, Derrida ci racconta di un incontro con un volto, quello della sua gatta.

Ci sono tre specifici argomenti analizzati da Calarco, e collegati fra loro, che vorrei ricordare:

1) Derrida incontra la sua gatta, e le attribuisce un volto
Il fulcro, qui, è il riconoscimento dell'individualità dell'Altro che ci sta davanti. Il filosofo che sta guardando il gatto riconosce di essere a sua volta guardato dal gatto.
Ciò innesca una catena di riflessioni e domande in Derrida, che riguardano tanto "chi è il gatto" quanto "chi è lui" (ricordiamo ancora come da sempre, storicamente, la definizione del sé umano si fonda su contrapposizioni/distinzioni rispetto all'animale).
Tuttavia, queste riflessioni sull'individualità dell'animot, Derrida lo sa, vengono dopo. Infatti... 

2) Il suo essere colpito dallo sguardo del gatto avviene prima di ogni concettualizzazione.
In un passaggio notevole Calarco sottolinea come Derrida non solo metta in luce quanto di problematico ci sia nel sentirsi nudo sotto lo sguardo della sua gatta, ma anche come questo sentirsi nudo non nasca a seguito di concettualizzazioni. Nasce prima.
Derrida è colpito dallo sguardo del gatto prima ancora che abbia luogo la benché minima concettualizzazione (gatto, piccolo, femmina).

Il riconoscimento di avere davanti un altro individuo provvisto di un sé scatena un coacervo di riflessioni, ma questo riconoscimento non nasce da queste ultime. Le genera, perché avviene prima.
Provate a figurarvi questo discorso. Vi sembra verosimile che voi, prima di operare un qualsiasi ragionamento, davanti un altro animale come un cane o un gatto vi sentiate ri-guardati? Che prima ancora di riflettere sulla cosa abbiate già attribuito all'animale che vi sta di fronte un sé, una sua individualità?
A me sì, sembra verosimile.
Certo questo punto non è da poco, anche perché 

3) L'incontro con l'Altro percepito come individualità provvista di volto non avviene in una situazione in cui l'altro animale è vulnerabile. Un'interruzione del proprio egocentrismo, un richiamo alla considerazione anche morale dell'altro sembra quindi possibile al di là del "Possono soffrire".
Calarco effettua alcune riflessioni in merito al "can they suffer?" di Bentham e Singer, e tra gli altri spunti che fornisce a sostegno di un oltrepassamento, da parte di Derrida, dell'assunto del "possono soffrire?" riporta proprio la storia della gatta.
Derrida in effetti non si può dire che si allinei tranquillamente alla linea del primo antispecismo singeriano, che basava i propri sforzi etici sulla considerazione della possibilità di soffrire degli altri animali, con le relative conseguenze.
Calarco mette in luce in Derrida quegli elementi che tratteggiano la volontà, da parte del filosofo, di minare alla base tutto l'antropocentrismo (violento) che caratterizza il nostro pensiero nei confronti dell'Altro.
Quello che vogliamo sottolineare qui, tenendo sempre a riferimento la piccola gatta di Derrida, è come, anche in stretta aderenza al nostro vissuto, sia effettivamente difficile negare che l'interruzione del nostro egocentrismo non avvenga di continuo in presenza di altri animali, al di là del fatto che questi stiano soffrendo o meno.

Vivere, per esempio, con dei cani, non vuol dire semplicemente sfamarli affinché non patiscano i morsi della fame o portarli in giro perché non soffrano eccessivamente gli spazi chiusi.
Significa esperire di fatto la compresenza con qualcun altro, non solo "interruzioni" del nostro sé predominante per compassione o pietà, ma vera e propria dialettica di convivenza, reciprocità.

Quindi, seguendo i suggerimenti di Calarco possiamo vedere come l'incontro con la gatta sia l'incontro con un volto, come la possibilità che ciò avvenga risieda nel trovarsi e riconoscere un'individualità nell'Altro e come ciò accada prima di qualunque movimento concettualizzante.
Infine, come questo incontro rappresenti per Derrida un'interruzione del proprio egocentrismo, aprendo la strada alla possibile considerazione morale dell'altro, e come questa interruzione non si dia solo davanti a un individuo vulnerabile o che soffre.
Quest'ultimo punto, in particolare, non può che apparire come una base per un antispecismo differente, rifondato su basi più rigorose e radicali. Ciò si ricollega al discorso sull'antispecismo di seconda generazione (per usare i termini di Filippi e Trasatti, proposti nell'introduzione a un altro libro della Mimesis, Nell'albergo di Adamo), di cui Calarco può essere considerato un esponente assai interessante.

Queste poche considerazioni sull'analisi che Calarco fa de L'animale che dunque sono, riportate per dare un'idea degli spunti offerti dal libro, mi sembrano indicative delle possibili aperture che gli antispecisti di seconda generazione sono in grado di produrre nel tentativo di ridefinire le basi del nostro pensiero dell'Altro, e più in generale, del fermento che in ambito filosofico continua a darsi attorno alla questione dell'animale.

Un fermento che cercheremo di approfondire parlando anche di Nell'albergo di Adamo e che, personalmente, mi auguro possa animare in un futuro prossimo anche un maggiore numero di altri intellettuali, scrittori e artisti in primis, che forse non hanno ancora recepito il gran chiasso che filosofi italiani e stranieri hanno prodotto in passato e stanno continuando validamente a produrre oggi.

martedì 24 aprile 2012

Violenze sugli animali: lo scarafaggio di Zenone

Di recente in una discussione sulla pagina Facebook Vegani di Garbo (che vi consiglio) si è parlato, tra l'altro, di razionalismo e delle difficoltà nell'accettare ciò che è umano ma non è ragione. Empatia, emozioni, il portato conoscitivo delle stesse...
Mi è tornato in mente un passaggio di Terre al crepuscolo di Coetzee, secondo me assai meritevole. Il libro è formato da due novelle; nella seconda, Il racconto di Jacobus Coetzee (il personaggio non a caso porta lo stesso cognome dell'autore[1]), troviamo un protagonista davvero sopra le righe. Un violentissimo pioniero boero esperto di filosofia, un vero e proprio campione del razionalismo cartesiano la cui sanità mentale, oltretutto, e non è un punto secondario, è alquanto incerta.
In un passaggio del testo il pioniero Jacobus Coetzee sta attraversando una zona semidesertica.

C'è un piccolo scarafaggio nero, di quelli che si trovano vicino all'acqua, che mi è sempre tanto piaciuto. Se sollevi la roccia sotto cui vive, sfreccia via. Se gli blocchi il passaggio prova a prendere un'altra strada. Se gli blocchi ogni strada oppure lo tiri su arriccia le zampe sotto il corpo e si finge morto. Niente riesce a distoglierlo dalla sua messa in scena, il che ha prodotto la leggenda secondo cui morirebbe di paura. Gli puoi strappare le zampe, una dopo l'altra e lui non batterà ciglio. È solo quando gli strappi via la testa dal corpo che vedi un impalpabile tremito d'insetto, e questo sicuramente è un moto involontario.
Che cosa gli passa per la testa negli ultimi momenti? Forse non ha cervello, forse il suo cervello è estroflesso in puro comportamento, come dicono che sia per la mantide religiosa (divinità ottentotta). E nondimeno, dal punto di vista formale si tratta di una vera creatura di Zenone. – Adesso sono morto solo per metà. Ora sono morto solo per sette ottavi. Il segreto della mia vita indietreggia all'infinito davanti alle tue dita che mi sondano. Tu e io potremmo passare l'eternità a dividere frazioni. Se io resto fermo ancora abbastanza tu te ne andrai via. Ora sono morto solo per quindici sedicesimi.

Lo stesso Jacobus presta la voce all'insetto, in una contesa in cui da un lato ritroviamo una certa predisposizione alla parcellizzazione del reale (il pioniero conta di continuo, è un mantra, divide, somma, enumera...) e dall'altro una suggestiva rappresentazione dei limiti della conoscenza propri del razionalismo strumentale, che, per dirlo con le parole di Lucia Fiorella, è condannato nei suoi metodi di indagine "a non rendere mai conto dell'irriducibile différence della vita".
La sola ragione, in special modo quella strumentale, quella del potere, insomma, la nostra, non può rendere conto della vita dell'Altro, della vita in tutta la sua irriducibile singolarità.

Ed ecco allora che il paradosso consiste nell'impossibilità di comprendere gli altri nonostante questi siano in nostro assoluto potere: "Il segreto della mia vita indietreggia all'infinito davanti alle tue dita che mi sondano".
Non è possibile la comprensione profonda dell'umano come del non umano (nel testo i nativi sudafricani sono di continuo posti come bestie) per un campione dell'ideologia strumentale come Jacobus Coetzee. Come lo stesso autore suggerisce in altri libri, non si può arrivare alla comprensione dell'Altro senza passare da empatia, emozioni, senza, cioè, fare ricorso a tutte le possibilità che abbiamo in quanto esseri umani.
Con la sola ragione non si può arrivare a comprenderci né a comprenderli.

Lo scarafaggio rappresenta anche, più in generale, coloro che subiscono una relazione violenta con un soggetto di potere. Il pioniero, più in là, afferma:
Durante la prigionia ottentotta non avevo mai smesso di pensare allo scarafaggio di Zenone. C'erano state zampe, zampe metaforiche, e anche molto altro, che mi ero preparato a perdere. Nel più cieco viottolo del labirinto di me stesso mi ero nascosto abbandonando metro dopo metro di difese.
Jacobus instaura un parallelismo tra sé e lo scarafaggio, ricordando i momenti di estrema debolezza trascorsi disteso nel campo dei nativi ottentotti, in una situazione in cui era lui "il debole".
Dinanzi al potere altrui la reazione del soggetto non è di apertura o condivisione; al contrario, è descritta come chiusura, chiusura finanche disperata nel tentativo di celarsi e difendere il proprio sé in un guscio, difendendo strenuamente una sorta di "io minimo".
La reazione dell'uomo è uguale a quella dello scarafaggio: l'individuo sottoposto a violenza non si svela affatto. Si chiude.
E il soggetto indagatore, colui che usa violenza, non riesce a giungere alla comprensione dell'altro, proprio perché questa non può essere raggiunta attraverso questo modo, tanto che si potrebbe dire che la mano (violenta) più stringe, meno afferra.

Quindi se da un lato questa scena mi sembra rappresentare bene lo scacco di un'etica ridotta alle possibilità della sola ragione strumentale, dall'altro mi pare anche emblematica della fallacia di un sistema che voglia cogliere l'essenza dell'Altro attraverso la violenza.
E a questo proposito nasce un facile collegamento sulle tante indagini su animali in cui si tenta di carpire i loro segreti affamandoli, tagliandoli, infliggendogli del dolore.
È davvero così che arriveremo a cogliere, a intravedere il segreto della vita dei singoli animali?

Oltretutto, c'è qualcosa di sbagliato nel cercare la conoscenza attraverso la violenza anche in termini metodologici.
È una riflessione che si applica solo a certe ricerche su animali, ma facciamola.
E visto che ci siamo partiamo di nuovo da Coetzee, dal suo libro Aspettando i barbari, in cui si parla, tra l'altro, di tortura su esseri umani.

In Aspettando i barbari troviamo tematizzata l'incapacità di giungere alla verità posseduta dall'Altro attraverso la violenza. Tramite la tortura, difatti ci si può solo illudere di ottenere una qualche verità; non si potrà mai essere sicuri di averla ottenuta, dato che il soggetto torturato potrebbe aver detto qualunque cosa pur di sottrarsi al dolore, e il torturatore in nessun modo potrà essere certo che le informazioni ricavate corrispondano al vero.
Certo, può essere che quanto "rivelato" dal torturato corrisponda effettivamente a verità, ma non è questo il punto. Il punto è che chi tortura non potrà mai essere certo che quella sia la verità[2].

Naturalmente si potrebbe obiettare che questa incertezza non si limita ai soli casi di violenza applicata; nondimeno, il fatto resta, e non bisogna mai dimenticare la scarsa attendibilità delle informazioni ottenute in questo modo.


[1] Il testo testimonia una totale sfiducia nei confronti del discorso del potere, in tutte le sue forme. Il cognome Coetzee torna in varie occasioni, a testimonianza del fatto che l'autore è conscio di far parte anch'esso di quel gruppo di potere e di non volersi sottrarre a questa evidente verità. Cfr. Lucia Fiorella, Figure del male nella narrativa di J.M. Coetzee, Edizioni ETS, Pisa, 2006.
[2] Cfr. anche qui Figure del male.

lunedì 16 aprile 2012

Giveaway: Mente e linguaggio negli animali

Al via un nuovo giveaway con in palio il (gran bel) libro di Felice Cimatti Mente e linguaggio negli animali, di cui abbiamo cominciato a parlare in questi giorni (Mente e linguaggio nelle api e nei cercopitechi).
Sono felice di annunciarvi, inoltre, che dato l'apprezzamento registrato per i precedenti giveaway, il libro in palio è stato fornito dall'editore Carocci, cui vanno i miei ringraziamenti per aver sostenuto l'iniziativa e per la grande gentilezza.



All'uomo la ragione ed il linguaggio, agli animali l'istinto e l'espressione immediata delle emozioni: queste, secondo un'antica tradizione, le differenze tra loro. In questo volume si sostiene una tesi diversa: mente e linguaggio non sono una prerogativa esclusiva della specie Homo sapiens, ma sono presenti, in forme e gradi diversi, in molte altre specie animali, dalle api agli scimpanzé. A sostegno di questa tesi il libro offre una ricca e dettagliata analisi - basata su un'ampia documentazione che spazia dalla linguistica alla etologia, dalla semiotica alla filosofia della mente - di alcuni specifici esempi di linguaggi animali, delle funzioni che assolvono, e delle implicazioni che dalle loro caratteristiche possiamo ricavare sulla mente degli animali non umani. Nel corso del testo vengono inoltre analizzati e discussi gli esperimenti che sono stati condotti, dagli anni sessanta a oggi, allo scopo di insegnare ad animali non umani [...] l'uso di linguaggi artificiali, per valutarne le capacità semiotiche e cognitive. Nell'ultimo capitolo, infine, si affronta il tema delle relazioni evolutive fra i linguaggi degli animali non umani e quello dell'animale umano, cercando di delineare non solo i punti di continuità che li legano ma anche le differenze che li separano.


INDICE DEL LIBRO
Premessa di Daniele Gambarara
Introduzione
1.Interazione diretta e interazione semiotica
La soglia semiotica /  Interazioni non semiotiche / Due tipi di errore / L'interpretazione come processo cognitivo / La comunicazione nei linguaggi animali / Il ruolo del ricevente / Comunicazione e ruolo dell´ambiente / Comunicazione ed espressione
2.Le funzioni dei linguaggi animali
Funzione referenziale / Funzione conativa / Funzione fàtica / Funzione espressiva / Funzione metalinguistica / Funzione estetica / Funzione cognitiva
3.La comunicazione interspecifica
Storia degli esperimenti / Le critiche: cavalli astuti e scimmie passive / Conclusioni
4.Linguaggio umano e linguaggi non umani
Continuità vs discontinuità / I vincoli e il linguaggio/Universali bio-semiotici / Il canale vocale-uditivo/Scrittura, metalinguaggio e coscienza / Conclusioni: mente e linguaggio negli animali
Bibliografia
Indice degli argomenti


COME PARTECIPARE: 

Per avere la possibilità di essere estratti e vincere il libro in palio è sufficiente lasciare un commento a questo post.
Non c'è nessun obbligo di diffondere l'iniziativa o diventare lettori fissi del blog.
Come per i precedenti giveaway, mi limito a ricordarvi che se ritenete il blog interessante potete cliccare mi piace sul box Facebook a destra, e diventare "Lettori fissi" unendovi al sito.
Inoltre, mi farebbe particolarmente piacere se voleste spargere la voce in giro condividendo su Facebook o parlandone in qualunque altro modo!

Il sorteggio avverrà tramite il sito Random.org.
Il giveaway scade mercoledì 25 aprile alle ore 12: per concorrere all'estrazione, ripeto, basta lasciare un commento a questo post affermando di voler partecipare (e se si lascia il commento come anonimo, anche un indirizzo email a cui poter scrivere in caso di vittoria).
Via alle iscrizioni!

EDIT - Estratto il vincitore:


Il numero 11 sulla lista corrisponde a Paola, che si aggiudica il libro di Felice Cimatti.
Il vincitore verrà contattato a breve, per definire l'indirizzo della spedizione.

Grazie a tutti voi che avete partecipate e sostenuto l'iniziativa. Non demordete, mi raccomando: fra qualche giorno partirà un nuovo giveaway! : )

mercoledì 11 aprile 2012

Scandaglio #3: api e cercopitechi, mente e linguaggio

Con questo Scandaglio cominciamo a parlare del libro Mente e linguaggio negli animali. Introduzione alla zoosemiotica cognitiva di Felice Cimatti, edito da Carocci.
Ci torneremo a più riprese. Tra etologia, linguistica e filosofia del linguaggio il libro è un'autentica miniera di informazioni interessanti, presentate in maniera chiara e sistematicamente accurata dal professor Cimatti.

Data la delicatezza degli argomenti trattati la facilità con cui si può incorrere in fraintendimenti di ogni sorta , il professore si premura giustamente di definire o specificare le definizioni adottate per molti dei termini centrali della trattazione.

Mente e linguaggio sono spesso considerati tratti specifici e unici degli esseri umani. In questo libro proporremo una tesi diversa: la complessità dei sistemi di comunicazione degli animali non umani non si può spiegare se non assumendo che anche questi possiedano una mente.
Cosa significa avere una mente? Una prima definizione può essere la seguente: avere una mente implica, fra le altre cose, la capacità di i) guidare dall'interno il proprio comportamento, in base a progetti non direttamente connessi a quanto arriva dall'ambiente esterno, e ii) di trattare e trasformare delle rappresentazioni.

In generale una RAPPRESENTAZIONE MENTALE è una traccia interna di uno stimolo esterno, che può essere riattivata anche in assenza dello stimolo originario [...]. Un esempio di rappresentazione interna sono le cosiddette MAPPE MENTALI, usate da molti animali per orientarsi nel proprio ambiente.

Di fatti, l'esempio proposto dal professor Cimatti e qui riportato è quello delle api, ma la specie animale presa in oggetto poteva benissimo essere un'altra (per esempio, i cervi). L'esperimento di cui si parla è stato effettuato da Gould nel 1986.

[U]n'ape viene addestrata a raggiungere il sito A, che si trova a 150 m a ovest dell'alveare. In un secondo momento l'ape viene catturata in volo mentre si dirige verso A, chiusa in una scatola e trasportata nel sito B, che si trova 160 m a sud dell'alveare (il sito A non è visibile da B). A questo punto l'ape viene liberata: verso quale direzione si dirigerà? Nell'ipotesi minima l'ape ha due possibilità: tornare all'alveare, basandosi su precedenti esperienze di volo da B a esso, oppure dirigersi verso A, anche se non ha mai percorso prima la rotta B-A. Di fatto l'ape vola verso A, basandosi su una conoscenza generale del territorio che circonda l'alveare.
Una possibile rappresentazione grafica dell'esperimento di Gould

Continua Cimatti:
Questa conoscenza generale, la mappa cognitiva, permette all'ape di scoprire nuove rotte mai sperimentate in precedenza. Il comportamento dell'ape non è diretto dall'ambiente, e si basa su una rappresentazione interna dell'ambiente: in questo senso l'ape ha una mente. La mente, per come la stiamo definendo, non è una particolare sostanza, ma un insieme di abilità.
 La possibilità da parte dell'ape di crearsi rappresentazioni interne le permette di fare delle cose che non farebbe se questa possibilità le fosse negata.
È particolarmente rilevante che questo comportamento non sia dettato (imposto) dall'ambiente esterno. Ovvero: non è una risposta automatica dell'ape.

Questo primo esempio introduce questa abilità rilevante: il poter avere rappresentazioni mentali. Ciò si inserisce in un quadro più ampio: il discorso portato avanti da Cimatti teso a contestare la possibilità che determinati comportamenti di determinati animali non siano altro che risposte automatiche all'ambiente esterno o a determinati stimoli interni.
Ovvero, a due tesi collegate secondo cui un cane, per esempio, fa "wuof" quando è felice perché lo stimolo interno si traduce automaticamente nell'emissione di un segnale, e un cercopiteco (una piccola scimmia) lancia il segnale d'allarme relativo ai predatori aerei ogni qualvolta ne vede uno, in maniera irriflessa, secondo una distinzione classica tra "comporamento comunicativo, specificamente umano e VOLONTARIO e comportamento informativo-espressivo, tipico degli animali [...] e INVOLONTARIO".

Eppure, il comportamento dei cercopitechi sembra smentire nettamente che il comportamento comunicativo degli animali sia semplicemente involontario.

I cercopitechi per le loro piccole dimensioni sono quasi sempre costretti a fuggire alla vista di un predatore. Il loro comportamento comunicativo è estremamamente funzionale alla sopravvivenza: avvertirsi a vicenda ogni qualvolta si scorge un pericolo permette a tutti i membri della comunità di avere maggiori possibilità di evitare i pericoli.
I cercopitechi hanno tre segnali distinti per indicare i predatori aerei (come l'aquila), i predatori terrestri (come il giaguaro), i predatori terrestri che strisciano (come il pitone). Possiamo notare anzitutto che questi segnali sono caratterizzati da convenzionalità e arbitrarietà. Convenzionalità perché non c'è somiglianza "fra le caratteristiche sonore del segnale d'allarme e il suo referente"; per esempio, il segnale d'allarme per i predatori aerei non emula il verso dell'aquila. Arbitrarietà perché il significato associato a quel segnale è il risultato di un'operazione di classificazione, e qui torniamo a parlare di operazioni mentali: il segnale per i predatori aerei viene lanciato non solo per l'aquila ma per una certa gamma di "oggetti in certe situazioni", ovvero quando il cercopiteco rileva (o crede di rilevare, perché può anche commettere degli sbagli) una situazione di pericolo proveniente dall'alto.

E ora vediamo alcuni dei motivi per cui non sembra possibile spiegare il loro comportamento comunicativo come involontario. Poniamo che ci sia un'aquila sopra la testa di un cercopiteco. Secondo la distinzione classica di cui sopra dovremmo aspettarci che il cercopiteco che la vede emetta sempre il segnale, perché il suo comportamento comunicativo è caratterizzato dall'involontarietà. Eppure:

- Un cercopiteco, se per qualche motivo è lontano da altri cercopitechi non emette il segnale. Perché, difatti, emetterlo se non ci sono altri cercopitechi che possono beneficiarne? In tal caso il cercopiteco correrebbe solo il rischio di segnalare la propria posizione al predatore.

- Un cercopiteco vede l'aquila, ma dato che vicino ha solo un altro cercopiteco (o due) di rango superiore al suo, non emette il segnale. Fila a nascondersi senza avvertire il suo simile. Se l'aquila dovesse colpire l'altro cercopiteco, quello di rango inferiore ne guadagnerebbe.

- I piccoli di cercopiteco commettono in queste situazioni "errori di ipergeneralizzazione (uso troppo esteso di un concetto) ossia utilizzano i segnali anche per indicare specie animali innocue". Continua Cimatti "il fenomeno è del tutto analogo a quello per cui i bambini chiamano "palla" la luna basandosi sulla approssimativa 'somiglianza' percettiva fra le due entità". Ciò è legato alla questione dell'apprendimento, che al momento tralasciamo, ma per usare una sgrammaticatura, in certi casi appare evidente che certi animali "non nascono imparati".

- I cercopitechi non rispondono sempre allo stesso modo ai segnali d'allarme. L'emissione dei segnali e la loro ricezione varia a seconda del contesto, dell'ambiente e degli individui coinvolti nella comunicazione. Alcuni cercopitechi, per esempio, possono reagire non con la fuga ma osservando il cielo (e poi eventualmente fuggendo) se il segnale è stato emesso da un giovane che sbaglia con frequenza nel segnalare i pericoli.

Questo significa che lo stimolo esterno, l'aquila, non basta a spiegare il comportamento di questo animale, dal momento che in [...] queste situazioni lo stimolo è invariato, mentre il comportamento muta. Di conseguenza il cercopiteco ha una mente.
Si potrebbe obiettare, tuttavia, che il comportamento del cercopiteco potrebbe dipendere da degli stimoli più complessi: in un caso l'aquila senza altri cercopitechi, in un altro l'aquila più dei cercopitechi di rango elevato ecc. In questo modo, immaginando tanti stimoli diversi quanti sono i comportamenti possibili di un animale, si evita di attribuirgli una mente. Il limite di questa strategia è che per non ammettere una regolazione interna e autonoma del comportamento deve far esplodere il numero degli stimoli esterni che lo guiderebbero, senza riuscire, tuttavia, a spiegare un'azione nuova e imprevista [...]. Inoltre pare del tutto implausibile: come potrebbe avere imparato il cercopiteco a rispondere adeguatamente a tutti questi stimoli diversi, alcuni dei quali potrebbe averli incontrati una sola volta nella sua vita? [...] Pare più semplice, e evolutivamente economico, dotare l'organismo di un sistema, la mente appunto, in grado di volta in volta di rispondere autonomamente alle sollecitazioni dell'ambiente esterno. In questo modo oltre alle risposte innate, per i casi fondamentali, ci sarà spazio per risposte più flessibili.
Come detto torneremo ancora sul libro di Cimatti, che consiglio caldamente a chiunque voglia esplorare il tema del linguaggio (con tutti gli annessi e connessi) negli animali. Il volume sarà inoltre il protagonista del prossimo giveaway del blog!

Scandaglio #1: il linguaggio complesso dei delfini
Scandaglio #2: Topi e ratti

martedì 27 marzo 2012

Rai Filosofia: una settimana dedicata all'animalità

Non capita spesso di poter assistere e partecipare a questo tipo di iniziative su un canale di questo genere.
Ma questa settimana sì.
Sulla pagina Facebook di Rai Filosofia, è iniziata, e proseguirà per diversi giorni, una tavola rotonda virtuale con discussioni su antispecismo, animalità e rapporto uomo-altri animali moderata da Leonardo Caffo.
Le varie discussioni sono aperte a tutti.

Per chi si fosse persa quella di ieri, incentrata su libri e letteratura a tema, può recuperarla sulla pagina di Rai Filosofia. Per chi volesse assistere al dibattito in corso e prenderne parte, l'indirizzo è sempre lo stesso: la pagina Facebook di RaiEdu Filosofia:




Non solo, oggi alle 12.00 la trasmissione televisiva Zettel su Rai Scuola si è occupata anch'essa della tematica dell'animalità.
La puntata verrà replicata alle 16, alle 20 e a mezzanotte su Rai Scuola, canale 146 del digitale terrestre, canale 806 di Sky.

EDIT: La puntata di Zettel è ora visionabile in streaming sul sito di Rai Scuola: